Il Presidente Napolitano: «Rispettare il Tricolore è un dovere per chi ha ruoli di governo»

07 dicembre 2010

Albertini meglio di Renzi

Nel giorno in cui Albertini si candida a sindaco di Milano con il terzo polo scopriamo che chi ha problemi di bilancio comunale deve andare ad Arcore con il cappello in mano.

Ricapitoliamo; il sindaco di Firenze, il giovane rottamatore dei vertici del Pd,  va ad Arcore, da Berlusconi, per parlare dei problemi economici della sua città. Renzi, ex presidente della Provincia di Firenze, al posto di discutere dei problemi della città che amministra con l'attuale presidente della Provincia, che è sempre del Pd, oppure con il governatore toscano, anche lui del Pd, o anche con i deputati toscani, sia d'opposizione che di maggioranza, ha preferito incontrare il Premier ad Arcore.
Il rottamatore sostiene che la visita era necessaria in quanto vuole che sia inserita una leggina speciale per la sua città nel decreto milleproroghe.
A parte che l'eventualità che questo governo regga è remota, io mi chiedo che bisogno c'era d'andare ad Arcore che non è certo una sede istituzionale eppoi, forse, era meglio tirare per la giacchetta Tremonti visto che è lui il Ministro dell'economia e non Berlusconi che in questo momento ha, politicamente parlando, un piede nella fossa.
Gli altri sindaci sono andati per caso ad Arcore per reclamare più soldi ? No,quindi l'ideologia non c'entra niente, Renzi si è fatto fregare da B. che così lo ha bruciato.
Qui, qui e qui trovate altre impressioni sul caso.

Meno male che almeno Albertini c'è. Il terzo polo sfida la Moratti a Milano e dopo qualche tentennamento Albertini si candida. Sicuramente Albertini drenerà molti voti alla destra mentre chi è di sinistra non voterà mai Mr. derivati e parcheggi. Se siamo fortunati  ci libereremo anche di chi rema contro a Pisapia nel Pd milanese.

06 dicembre 2010

Oh Bej Oh Bej militarizzati.

La mitica fiera milanese è stata violata e devastata da quel fascista di De Corato.
Lo sceriffo milanese si vanta di aver spostato la fiera in Piazza Castello facendo piazza pulita degli abusivi che si sono dovuti piegare alle richieste di regolarizzazione per poi essere spostati sul cavalcavia Bussa, all'Isola, circa a 15 minuti da Piazza Castello.
Il dedalo di viette che ospitavano la fiera in zona Sant'Ambrogio (ora con i cantieri aperti ma De Corato ha già detto che la fiera non si sposterà più dalla zona del Castello) avevano il pregio di rendere la fiera un vero e proprio suk al riparo dal freddo e dal vento gelido, i profumi dei legni lavorati, del vin brulè e delle caldarroste si mischiavano e la folla che si riversava in questi spazi angusti rendeva la visita alla fiera lenta,  piacevole e calda.
Lo spostamente dei cosiddetti abusivi regolarizzati sul cavalcavia Bussa fa veramente incazzare in quanto non è una soluzione accettabile, anzi, sembra proprio una presa per il culo.
Il cavalcavia Bussa si trova sopra la stazione Garibaldi e a dicembre, naturlamente, si muore dal freddo lì sopra in quanto gelo, vento e ghiaccio la fanno da padrone e inoltre, commercialmente, non ha lo stesso valore di Piazza Castello.
L'ennesimo sfregio di De Corato alla città è andato a segno,i commercianti di Piazza castello, quelli da sempre regolari, sono dubbiosi perché la fiera tende sempre più a essere una boutique a cielo aperto con una calo evidente delle vendite a fronte di permessi sempre più cari.
Manca poco alle elezioni comunali e speriamo di sfrattare il fascista idolo delle "vecchiette" fobiche da Palazzo Marino e che Pisapia ristabilisca le vecchie tradizioni.

05 dicembre 2010

Lettera a Papi Natale

Lettera a Papi Natale » Tempo Reale - Blog - Repubblica.it
Vittorio Zucconi
Letterina a Papi Natale. Per il dopo SB, se e quando e semmai verrà, non voglio più ridere, voglio pensare. Ho riso abbastanza. Non voglio più barzellette, ma verità anche amare. Non voglio più servizi di pentole in offerta speciale, ma polli da cuocervi dentro. Non voglio più clown a colori, ma gente in grigio. Non voglio più ministre di coscia lunga, ma donne con la coscienza lunga. Non voglio più cani che ululano alla luna televisiva, ma pastori tedeschi silenziosi e attenti ai ladri. Non voglio più magliari, ma magliaie. Non voglio più illusioni, ma speranze. Non voglio più mille progetti, ma una sola realizzazione. Non voglio più uomini del destino, ma uomini che mettano i miei figli in condizione di costruirsi un destino. Non voglio più benefattori dal grande cuore, ma imprenditori dalle grandi idee. Non voglio più battibecchi, ma spiegazioni. Non voglio più nipoti di Mubarak con il sedere di fuori, ma figlie di immigrati con il permesso di soggiorno dentro la borsetta. Soprattutto, non voglio più dovermi vergognare di loro. Chiedo troppo?

04 dicembre 2010

Silvio showdown

Ci voleva un nerd australiano per dare la spallata,
speriamo finale, 
a Mr. ghepensimi.

02 dicembre 2010

#nogelmini

Penso proprio che la protesta del book bloc non sia solo contro la riforma Gelmini.
La riforma, come ogni riforma, è mutata col passare dei giorni e i pesanti tagli iniziali sono stati in gran parte cancellati, per fortuna.
Però, la riforma, è la goccia che ha fatto traboccare il vaso, unendo tutti: universitari, liceali, professori, maestre, genitori e ricercatori.
Non si può negare che, in questi ultimi anni, la scuola e l'università siano state fortemente  penalizzate o, peggio, dimenticate.
Le scuole pubbliche crollano, le case degli studenti crollano e le tasse aumentano (servizio mensa, scuolabus ecc.). Invece alla scuola privata non viene mai negato niente.
Quindi, le vessazioni che si sono sommate negli ultimi anni, hanno creato questa bellissima e variopinta protesta e gran parte dell'Italia si sente solidale con i manifestanti.

01 dicembre 2010

Mara Carfagna: Entro nel Governo con un pompino..... ed esco con un Bocchino.

by Jawas

MILANO - In un’intervista esclusiva a Novella 2000 , in edicola giovedì, Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino, dice la sua sul presunto flirt tra suo marito e il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna: «Tutto quello che è stato scritto e detto su Mara Carfagna e mio marito è solo gossip. E comunque seppure il tradimento ci fosse stato, forse, mio marito ha fatto una scelta» dice. «Un marito in casa non lo trattieni: se vuole andarsene se ne va. Soprattutto se ha un’altra che è più giovane e che chiamano la “ministra più bella del mondo”». E poi, aggiunge con un sorriso, se anche ci fosse stata questa relazione, «più che un problema mio, sarebbe un problema della Carfagna» perché «la ministra delle Pari opportunità si è sempre eletta paladina “non sfascia-famiglie”: se fosse stata con mio marito, sarebbe venuta meno ai suoi principi». Per poi concludere con un commento sibillino sull’annuncio del matrimonio: «Avrà notato anche lei che la Carfagna annuncia le nozze nel giorno in cui ha perso… È tornata da Berlusconi senza avere nulla di quanto chiesto. Non ha vinto. Ha perso. E lo stesso giorno annuncia le nozze. Che coincidenza, no?».
Si ringrazia Il Pacco Quotidiano

Forza Nuova sì, l’Antiracket no

Il Fatto Quotidiano » Blog Cronaca Società » Forza Nuova sì, l’Antiracket no
Dal Blog di Frediano Manzi
Finalmente ci siamo: dopo la Milano da bere, la Milano della moda, La Milano dello shopping, la Milano dell’Expo, la Milano del gioco d’azzardo, finalmente arriva anche la Milano dei neofascisti. Il sindaco Letizia Moratti ha infatti deciso di assegnare ai “fascisti del terzo millennio” di Forza Nuova una sede nel centralissimo Corso Buones Aires.
Grazie Sindaco. La sua decisione darà ancora più lustro alla città. Ma, signor sindaco Mazza di Scopa (definizione di Vittorio Sgarbi), esiste anche un’altra Milano che Lei non conosce. E’ quella delle periferie, dove Lei dice di aggirarsi di notte travestita per non farsi riconoscere, dove la criminalità imperversa, dove migliaia di onesti cittadini vivono ostaggio di delinquenti, boss e spacciatori. Dove, dopo trent’anni di assenza colpevole delle istituzioni e della politica, una piccola associazione come la nostra ha smascherato il racket degli alloggi.
C’era una grandissima urgenza che Lei autorizzasse l’apertura della casa da gioco d’azzardo di piazza Diaz, in una città dove ogni anno 20mila persone finiscono in mano agli usurai. Dove, in via Piero della Francesca, ad ovest della città, c’è il ristorante di un boss della ‘ndrangheta, il latitante Vincenzo Mandalari, capo della cosca di Bollate. O dove i boss mafiosi della famiglia Famà tuttora assegnano gli alloggi popolari del quartiere Corvetto dietro compenso di denaro, sostituendosi all’Aler, l’Istituto milanese delle case popolari.
Avevamo bisogno anche di una sede per i neofascisti e perché no, diamola anche ai Lupi Grigi turchi ed alle Tigri di Arkan, magari in Piazzale Loreto.
Ma per favore non diamola all’associazione antiracket, quella proprio non se la merita. Perché assegnarla? La mafia a Milano non esiste, non c’è bisogno neppure della commissione d’inchiesta Antimafia. Lo dice anche il Prefetto, quindici giorni esatti dopo l’arresto in via Marghera di Gaetano Fidanzati.
Quindi perché assegnare una sede all’antiracket? A cosa serve la presenza dell’antimafia dove essa non c’è?
In fondo il paladino della sicurezza c’è già: il nostro beneamato vicesindaco Riccardo De Corato. Pensa lui a tutto. Come quando ha cacciato gli ambulanti dalla Fiera degli Oh bej! Oh bej! O quando ha cacciato i nomadi dai campi rom.
Ecco perché non bisogna dare ad una piccola associazione antiracket una sede. Ma è giusto darla ai militanti neofascisti. In modo che tutti possano sempre ricordare il loro valoroso contributo dato negli ultimi ottant’anni alla nostra storia, tenendoli il più vicino possibile a Piazzale Loreto.

La Sua pregevole decisione riporterà Milano al centro dell’universo, vedrà…

Leggi anche: Sos Racket: “Stop sciopero della fame”. Pd: “Un emendamento per le vittime di usura”

Ciao Mario....

Monicelli, il blob: i capolavori in 4 minuti - Video - Repubblica Tv - la Repubblica.it

30 novembre 2010

Vieni Via Con Me #4

Solo 4 puntate per il format dei record è un delitto.
Ieri sera si sono incrociate emozioni forti e tragedia.
Il racconto della casa degli studenti a L'Aquila, la morte di Monicelli e i monologhi sui bambini dimenticati dagli adulti penso che abbiano provocato a più di una persona un tuffo al cuore tanto da spezzare la voce di chi seguiva il programma.
Mario, cavolo, potevi guardarti l'ultima puntata in nostra compagnia...... 
Il Web è stato un compagno di viaggio fedele di questo programma che continuerà a trasmettere i suoi contenuti e le sue emozioni grazie a internet e ai suoi internauti.
Grazie a MammaRai.

28 novembre 2010

Proteste studenti, Wu Ming: “Senza una nuova narrazione ogni battaglia è persa”

Il Fatto Quotidiano » Terza pagina » Proteste studenti, Wu Ming: “Senza una nuova narrazione ogni battaglia è persa”
Proteste studenti, Wu Ming: “Senza una nuova narrazione ogni battaglia è persa”
I manifestanti che si sono scontrati con le forze dell'ordine avevano degli scudi con sopra impressi i grandi classici del pensiero e della letteratura. Da Moby Dick al Decameron fino a Q. Ilfattoquotidiano.it ha intervistato gli autori del libro
Mercoledì 24 novembre gli studenti in lotta contro la riforma dell’Università hanno assaltato la sede del Senato. Mentre in tutta Italia i ricercatori salivano sui tetti, gli universitari preparavano l’occupazione dei monumenti italiani, negli atenei dilagava la protesta; a Roma, contro i portoni del Senato, gli studenti spingevano scudi di polistirolo con sopra i titoli e gli autori di alcuni grandi classici della letteratura: Elsa Morante, Petronio, Henry Miller, Cervantes, Platone, Luther Blisset. Di tutti questi blasonati maestri del pensiero, gli unici ancora viventi (e soprattutto ancora molto vitali) sono il collettivo Wu Ming (che in cinese mandarino significa senza nome) che nel 1999, con il vecchio pseudonimo collettivo Luther Blisset, aveva scritto il romanzo storico “Q” (pubblicato da Einaudi e tradotto in ben 14 lingue).
“Our novel Q clashes with the Italian pollice”, “il nostro libro Q si è scontrato con la polizia italiana”: questo il messaggio lanciato in quelle ore su Twitter dagli autori.
I Wu Ming sono un gruppo di scrittori da sempre attenti ai movimenti sociali e alla politica “dal basso”. A partire dalle proteste contro la globalizzazione che ebbero il loro battesimo mondiale a Seattle nel 1999 e il loro parziale epilogo nei drammatici giorni del G 8 di Genova nel 2001.
In questo colloquio i Wu Ming riflettono sulle le lotte che si sono intensificate negli ultimi giorni, e dicono: “serve un nuovo racconto. Senza le narrazioni da scambiarsi di sera intorno al fuoco, ogni guerriglia nel deserto è destinata alla sconfitta”.

Gli studenti davanti al Senato si sono fatti fisicamente scudo con alcuni mostri sacri della letteratura e con la Costituzione. I libri contro i portoni delle istituzioni. Wu Ming come interpreta questi simboli contrapposti?
E’ interessante vedere quali classici gli studenti abbiano scelto di portare sugli scudi. Diamo un’occhiata alla testa del corteo. 
Il Decameron di Boccaccio, cioè: storie da raccontare in attesa che termini la pestilenza. 
Il sole nudo di Asimov, cioè la descrizione di un mondo in cui non esiste più contatto umano. 
Moby Dick di Melville, cioè il racconto epico di un’ossessione. 
Don Chisciotte di Cervantes, la storia di un uomo dall’animo nobile e fiero, che però è condizionato da un’ideologia ormai fuori corso, quella cavalleresca. 
Il Satyricon di Petronio, cioè la sapida descrizione del potere crapulone e decadente. 
Tropico del cancro di Miller, cioè l’autofiction, la scandalosa commistione di invenzione e dato biografico. 
Il Che fare? di Lenin, cioè il problema dell’organizzazione. 
Mille piani di Deleuze e Guattari, cioè il tema del nomadismo, della macchina da guerra nomade. Proviamo a riassumere?

Proviamoci.
Nel mondo c’è la peste (Decameron). La peste è l’atomizzazione del legame sociale (Il sole nudo). Chi rifiuta questo stato di cose è spesso preda di un’ossessione che azzoppa l’azione (Moby Dick), cioè l’ossessione per «Lui», Silvio il cetaceo maligno, il berluscocentrismo che condiziona il discorso pubblico. Quest’ossessione diventa un ostacolo ideologico e porta a scagliarsi contro mulini a vento messi lì a bella posta (Don Chisciotte). Il rischio è quello di rimanere ipnotizzati dal racconto indignato di un potere sessuomane e gozzovigliante (Satyricon). Ne usciremo solo se troveremo un nuovo racconto, una nuova auto-narrazione che rompa le consuetudini e in questo mondo appaia come un vero scandalo (oportet ut scandala eveniant, dice la massima latina), contrapposto agli pseudo-scandali del potere mediatico (Tropico del cancro). L’irrompere di un soggetto conflittuale nuovamente unificato sarebbe l’unico, vero, intollerabile scandalo. Da qui il problema dell’organizzazione (Che fare?) e, forse, la necessità di rileggersi Lenin, rigettando quel che c’è da rigettare, ritematizzando quel che si può ritematizzare. Certo, oggi l’organizzazione non può più essere il partito operaio novecentesco, deve tener conto della maggiore mobilità dell’avversario, deve attrezzarsi a combattere in una situazione mutevole, di continua deterritorializzazione (Mille piani). Ma senza le storie, senza le narrazioni da scambiarsi di sera intorno al fuoco, ogni guerriglia nel deserto è destinata alla sconfitta. E così torniamo al primo libro, al Decameron: è grazie alle storie che ci raccontiamo che si evita il contagio della peste.

E la vostra prima opera, che risale ancora a quando vi chiamavate Luther Blisset, cosa ci sta a fare in mezzo a quei classici?
Beh, Q è l’unico libro del «Book Bloc» i cui autori sono ancora viventi. Mica potevano prendere solo dei morti! Diciamo che Q rappresenta il «qui e ora», la necessità di muoversi adesso.

Storicamente siete stati sempre vicini ai movimenti nati in questi ultimi vent’anni. E per molti, Q è il manifesto intellettuale delle battaglie contro la globalizzazione neoliberista sfociate nelle giornate del luglio 2001 a Genova. Le proteste di oggi sono le “solite manifestazioni” di studenti o sono l’espressione di una storia più profonda?
No, non c’è nulla di «solito», la situazione è inusuale, come fu inusuale la fase del 1992-93. Abbiamo la forte impressione che stiano venendo al pettine i nodi di allora. Questo periodo richiama quello, c’è un arco di energia a collegare le due temperie. Ci sono anche personaggi che fanno da ponte, come Massimo Ciancimino, testimone oggi degli inconfessabili accordi di ieri. Siamo in una di quelle situazioni in cui può avvenire l’inimmaginabile. E’ stata soprattutto la crisi a far abbassare la marea di Valium e a scoprire un po’ di relitti mentre sempre più gente si svegliava dalla narcosi. Questi conflitti che attraversano il Paese, queste lotte che scoppiano dappertutto, si svolgono in un contesto peculiare, sono reagenti versati in un paiolo di teste di pipistrello, occhi di rospo e radici di mandragola. Quel paiolo potrebbe scoppiare, o quantomeno creparsi.

Sono ancora le Università e gli studenti soggetti attivi di pensiero critico e di sfida su un piano politico? La cultura, ora più che mai, è rivoluzionaria?
Di certo non è rivoluzionaria l’ignoranza. Uno che andrebbe riletto oggi è don Lorenzo Milani. Ma riletto davvero, e rimesso in gioco, come ha fatto Girolamo De Michele nel suo libro La scuola è di tutti. Sì, la cultura è rivoluzionaria. Ma «cultura» non vuol dire erudizione o nozionismo. «Cultura», sempre per citare don Milani, è saper leggere il contratto dei metalmeccanici.

Q uscì nel 1999. Allora Berlusconi era all’opposizione e aveva governato appena un anno. Adesso secondo molti l’Italia è completamente “berlusconizzata”: l’immagine ha prevalso sulla sostanza, la propaganda sulle idee. E’ davvero così?
Finché non ci si metterà in testa che Berlusconi ha spadroneggiato non per meriti suoi ma per demeriti altrui, non si capirà cos’è successo in questo paese. L’onnipotentizzazione di Berlusconi, la narrazione sconfittista che ha dominato a sinistra, era l’altra faccia della contemplazione ammirata. Era un paradossale «Meno male che Silvio c’è». Sì, meno male che Silvio c’è, così possiamo dare a lui tutta la colpa della nostra incapacità, della nostra insipienza!

Insomma, se B. governa è colpa di questa sinistra che lo ha lasciato fare.
E’ stata la sinistra istituzionale di questo paese, tutta la sinistra istituzionale ai suoi vertici, a tenere Berlusconi dov’è. E anche chi fingeva di opporglisi con un po’ più vigore, in realtà introiettava modelli berlusconiani e li riproponeva in salsa post-modern/radical-kitsch a cazzo di cane. Grida ancora vendetta la campagna di Sansonetti (allora direttore di Liberazione) per la vittoria di Luxuria in un reality merdoso e neo-colonialista. Grida ancora vendetta l’aver chiamato Leo Gullotta, esponente del Bagaglino, a leggere lettere di partigiani al congresso di Rifondazione comunista, pochi giorni dopo la messa in onda di una fiction fascistoide sulle foibe di cui «la signora Leonida» era protagonista.

Nel 2001, “Un altro mondo è possibile” era lo slogan delle mobilitazioni contro il G 8 di Genova. Alla luce di quanto è successo, un “altro mondo” è ancora possibile?
Era più bello l’altro slogan, quello più specifico e contingente: «Voi G8, noi 6 miliardi». Oggi c’è il G20, ma il discorso non cambia. L’altro mondo c’è già, perché c’è un solo mondo, siamo tutti un mondo, e in quel mondo «noi» siamo maggioranza. Dobbiamo solo rendercene conto.