Il Presidente Napolitano: «Rispettare il Tricolore è un dovere per chi ha ruoli di governo»
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04 giugno 2010

Ironia Israeliana



L'ironia è il miglior modo per allentare la tensione e forse anche i parlamentari della Knesset dovrebbero imparare a tenere i nervi saldi al posto di sbraitare ingiurie contro la minoranza araba presente nel governo.

Valzer


Con tutti i filmati che ci sono sul web a sostegno di una o dell'altra tesi ci scappa un filmetto a basso costo....

02 giugno 2010

Boomerang

L'assalto alla Freedom Flotilla è stato un boomerang per il governo israeliano.
Lo Tsahal ha vinto la battaglia in mare ma ha perso la guerra mediatica, dopo 48 ore non si sanno ancora le nazionalita' delle vittime oltreche' il numero preciso.
Forse si è trattato di un complotto o di una trappola ma la sostanza non cambia, ora il mondo s'interroga sul destino di Gaza senza nascondere il problema con frasi di circostanza.
Il governo israeliano di destra imbeccato dagli ortodossi ha dimenticato le buone maniere e la diplomazia a favore di una politica che porta il Paese in una condizione d'isolamento mondiale, considerando che la strategia era quella di isolare Gaza forse non è stata una scelta felice quella di seguire gli istinti piu' repressivi.

01 giugno 2010

Exodus, simbolo rovesciato | Gad Lerner

Exodus, simbolo rovesciato | Gad Lerner
Questo articolo è uscito su “Repubblica”.
TEL AVIV- Dalla spiaggia di Tel Aviv guardiamo il Mediterraneo incendiato dall’inconfondibile luce del Levante e proviamo un senso di vergogna, come di profanazione per quello che vi è accaduto nell’oscurità. Non si sono certo fatti onore i marinai d’Israele, protagonisti di un arrembaggio dilettantesco e cruento. Una delle pagine più oscure nella storia di Tzahal, tanto più che spezza inavvertitamente l’equilibrio strategico mediorientale in cui la Turchia rivestiva una preziosa funzione di stabilità, e coalizza una vasta ostilità internazionale contro lo Stato ebraico.
Può anche darsi che stringendo gli occhi a fessura sul riverbero del mare la maggioranza degli israeliani sia trascinata dall’esasperazione a sussurrare tra sé l’indicibile –“ben gli sta, se la sono cercata”- ma ciò non ribalta il bruciore della sconfitta morale. Il paese è sotto choc, soggiogato dal senso di colpa. Vorrebbe giornalisti in grado di spiegare la strage come legittima autodifesa. S’immedesima nei militari feriti, e così la tv giustifica i primi marinai saliti a bordo della “Mavi Marmara”: hanno vissuto attimi di terrore, una situazione analoga a quella dei due soldati linciati dieci anni fa nel municipio di Ramallah. Ma suda vistosamente l’ammiraglio Eliezer Merom, seduto accanto al ministro della Difesa, Ehud Barak, quando tocca a lui giustificare una provocazione cui i suoi uomini, come minimo, non erano preparati. I portavoce governativi balbettano più volte la parola “rammarico”. Rispondono a monosillabi sotto l’incalzare dei reporter. Né giova alla credibilità internazionale d’Israele che il primo incaricato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sia stato il viceministro degli Esteri, Danny Ayalon, esponente del partito di estrema destra “Israel Beitenu”: fu proprio Ayalon l’11 gennaio scorso a offendere di fronte alle telecamere l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, fatto sedere apposta su una poltrona più bassa della sua e preso a male parole. Rischiando di interrompere già allora le relazioni diplomatiche fra i due più importanti partner degli Usa in Medio Oriente.
Oggi il trauma del distacco fra Israele e la Turchia è irrimediabilmente consumato. Non a caso il governo di Ankara aveva appoggiato la Freedom Flotilla dei pacifisti, salpata dalle sue coste con l’intenzione di un’esplicita azione di disturbo ai danni di Netanyahu. Israele è caduto in pieno nella provocazione.
E’ un tale disastro geopolitico, la contrapposizione al più importante paese islamico della Nato, oggi attratto nel gioco delle relazioni spregiudicate con la Siria e con l’Iran, da lasciar intuire che possa esservi stato un calcolo in tale follia: cioè che la destra israeliana al governo, già invisa all’amministrazione Obama, scommetta di sopravvivere praticando il tanto peggio tanto meglio. Netanyahu, ricattato alla sua destra, esercita una leadership fragile, piuttosto spregiudicata che coraggiosa. Ciò che lo assoggetta alle ricorrenti tentazioni d’azione militare dell’alleato laburista, politicamente sprovveduto, Ehud Barak. Il governo d’Israele si comporta come se non fosse mai avvenuto il ritiro dalla striscia di Gaza. Ha lasciato nelle mani di Hamas e dei suoi sostenitori internazionali l’arma propagandistica dell’embargo cui è sottoposta una popolazione di un milione e mezzo di abitanti. Cerca di mobilitare contro Barack Obama e Hillary Clinton la comunità ebraica statunitense, sottovalutando i dilemmi morali e le perplessità che il suo oltranzismo ha generato in quella che non è certo più una lobby compatta.
E’ coltivando il mito della propria autosufficienza, l’illusione di contenere sempre nuovi nemici grazie alla superiorità tecnologica e militare, che Israele è andata a infilarsi nella trappola della Freedom Flotilla. Incapace di trattare con cinismo distaccato un’iniziativa umanitaria sponsorizzata da tutti i suoi peggiori nemici. Non poteva limitarsi a bloccare fuori dalle acque territoriali il convoglio ostile? Perchè la Marina è stata chiamata a dare una tale prova di arroganza e inefficienza? Male informata, come minimo, forse beffata nel corso di trattative ufficiose, ha suggellato un disastro politico.
Ma i calcoli strategici restano in secondo piano di fronte al turbamento delle coscienze.
Il blocco militare del Mar di Levante evoca troppi simboli dolorosi nel paese che coltiva la memoria dei sopravvissuti alla Shoah quasi alla stregua di una religione civile. Impossibile sfuggire alla suggestione che in una tiepida notte d’inizio estate le acque del Mediterraneo abbiano vissuto un Exodus all’incontrario. Non certo perché i militanti e i giornalisti a bordo della flotta che intendeva violare l’embargo di Gaza siano paragonabili ai 4500 sopravvissuti dei lager che le cacciatorpediniere britanniche speronarono nel 1947 al largo di Haifa, impedendo loro di approdare nel nuovo focolare nazionale ebraico. Ma perché quell’arrembaggio sconsiderato in acque internazionali, senza che Israele fosse minacciato nella sua sicurezza, discredita uno dei suoi valori fondativi: la superiorità morale preservata da una democrazia anche nelle circostanze drammatiche della guerra.
Per questo nell’opposizione al governo di destra echeggiano parole gravi, accuse di follia: “Chi ha agito con tanta stupidità deve rendersi conto che ha sporcato il nome d’Israele”, scrive per esempio il vecchio pacifista Uri Avnery.
Con timore mi sono presentato in serata all’incontro organizzato dall’istituto italiano di cultura, cui partecipava un centinaio di ebrei d’origine italiana. Mi avrebbero accusato come altre volte di tradimento, di scarsa lealtà alla causa israeliana? Lo scoramento, inaspettatamente, prevaleva sulla recriminazione. Nessuno dei partecipanti ha speso una parola per difendere l’operato del governo e di Tzahal. Il disastro politico veniva riconosciuto coralmente, chiedendosi semmai chi possa metterci una buona parola per segnalare all’estero l’angoscioso senso d’accerchiamento vissuto dagli israeliani.
E’ giunto ieri a Tel Aviv, per dialogare con la leader dell’opposizione Tzipi Livni, il filosofo francese Bernard Henry Levy. Filoisraeliano convinto, all’inizio del 2009 appoggiò perfino la spedizione punitiva “Piombo fuso” scatenata da Olmert contro Gaza. Ma oggi Henry Levy è tra i primi firmatari di un “Appello alla ragione” di varie personalità ebraiche d’Europa, collegate a un analogo movimento ebraico statunitense, denominato “J call”. Sono esponenti moderati, sionisti, solo in minima parte ascrivibili alla sinistra politica, che ora denunciano l’evidente ostilità del governo Netanyahu ai tentativi diplomatici messi in atto dalla Casa Bianca per costituire in tempi brevi uno Stato palestinese che viva in pace con Israele. Auspicano un ricambio di maggioranza politica a Gerusalemme, e di certo la segreteria di Stato americana condivide tale speranza: ha usato parole molte prudenti nel commentare la strage in mare. Ma il dispetto di Obama è gravido di conseguenze che gli israeliani percepiscono sotto forma di incubo dell’abbandono.
Con sollievo si è constatato che, per ora, il crimine marittimo non pare causa sufficiente a scatenare la prossima Intifada, cioè la rivolta interna degli arabi col passaporto israeliano. Ma non ci sono soltanto gli equilibri dei governi e della geopolitica mediorientale, in bilico. Chi protesta, o anche solo chi si vergogna in silenzio, avverte il pericolo che il paese cui è legato da un vincolo indissolubile di parentele e sentimenti, degradi nel disonore. In quello splendido mare infuocato, l’epopea dell’Exodus sta facendo naufragio.

Gad Lerner analizza la situazione da Tel Aviv.
In grassetto a mia discrezione i passaggi piu' importanti dell'articolo.

16 maggio 2010

Israele e la Guzzanti



Noam Chomsky non puo' entrare in Israele mentre Sandro Bondi non ha presenziato al festival di Cannes a causa del film Draquila di Sabina Guzzanti.
Si puo' dire che Bondi abbia evitato di rodersi il fegato visto la pioggia di applausi al film Draquila pero' addirittura rifiutare il visto a un intellettuale critico come Noam Chomsky ha dell'incredibile.
Il professore avrebbe dovuto tenere una lezione presso la Bir Zeit University vicino a Ramallah, nel West Bank, prima che ritirassero il visto a un ottantunenne, come se fosse un terrorista, solo per le sue opinioni contrarie alla politica bellica di Israele verso la Palestina.

Viene da dedurre che in questo mondo non ci sia spazio per le idee difformi o i concetti contrastanti dalla ragione comune, si propende sempre piu' a una omologazione a senso unico del pensiero acritico verso chi comanda la societa'.


"I asked them if they could find any government in the world that likes the things I say,"
Con queste parole sarcastiche Noam ha liquidato la pratica, si spera che Israele torni a essere uno Stato meno sionistico e piu' democratico