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14 febbraio 2011
28 novembre 2010
Proteste studenti, Wu Ming: “Senza una nuova narrazione ogni battaglia è persa”

I Wu Ming sono un gruppo di scrittori da sempre attenti ai movimenti sociali e alla politica “dal basso”. A partire dalle proteste contro la globalizzazione che ebbero il loro battesimo mondiale a Seattle nel 1999 e il loro parziale epilogo nei drammatici giorni del G 8 di Genova nel 2001.
In questo colloquio i Wu Ming riflettono sulle le lotte che si sono intensificate negli ultimi giorni, e dicono: “serve un nuovo racconto. Senza le narrazioni da scambiarsi di sera intorno al fuoco, ogni guerriglia nel deserto è destinata alla sconfitta”.
Gli studenti davanti al Senato si sono fatti fisicamente scudo con alcuni mostri sacri della letteratura e con la Costituzione. I libri contro i portoni delle istituzioni. Wu Ming come interpreta questi simboli contrapposti?
E’ interessante vedere quali classici gli studenti abbiano scelto di portare sugli scudi. Diamo un’occhiata alla testa del corteo. Il Decameron di Boccaccio, cioè: storie da raccontare in attesa che termini la pestilenza. Il sole nudo di Asimov, cioè la descrizione di un mondo in cui non esiste più contatto umano. Moby Dick di Melville, cioè il racconto epico di un’ossessione. Don Chisciotte di Cervantes, la storia di un uomo dall’animo nobile e fiero, che però è condizionato da un’ideologia ormai fuori corso, quella cavalleresca. Il Satyricon di Petronio, cioè la sapida descrizione del potere crapulone e decadente. Tropico del cancro di Miller, cioè l’autofiction, la scandalosa commistione di invenzione e dato biografico. Il Che fare? di Lenin, cioè il problema dell’organizzazione. Mille piani di Deleuze e Guattari, cioè il tema del nomadismo, della macchina da guerra nomade. Proviamo a riassumere?
Proviamoci.
Nel mondo c’è la peste (Decameron). La peste è l’atomizzazione del legame sociale (Il sole nudo). Chi rifiuta questo stato di cose è spesso preda di un’ossessione che azzoppa l’azione (Moby Dick), cioè l’ossessione per «Lui», Silvio il cetaceo maligno, il berluscocentrismo che condiziona il discorso pubblico. Quest’ossessione diventa un ostacolo ideologico e porta a scagliarsi contro mulini a vento messi lì a bella posta (Don Chisciotte). Il rischio è quello di rimanere ipnotizzati dal racconto indignato di un potere sessuomane e gozzovigliante (Satyricon). Ne usciremo solo se troveremo un nuovo racconto, una nuova auto-narrazione che rompa le consuetudini e in questo mondo appaia come un vero scandalo (oportet ut scandala eveniant, dice la massima latina), contrapposto agli pseudo-scandali del potere mediatico (Tropico del cancro). L’irrompere di un soggetto conflittuale nuovamente unificato sarebbe l’unico, vero, intollerabile scandalo. Da qui il problema dell’organizzazione (Che fare?) e, forse, la necessità di rileggersi Lenin, rigettando quel che c’è da rigettare, ritematizzando quel che si può ritematizzare. Certo, oggi l’organizzazione non può più essere il partito operaio novecentesco, deve tener conto della maggiore mobilità dell’avversario, deve attrezzarsi a combattere in una situazione mutevole, di continua deterritorializzazione (Mille piani). Ma senza le storie, senza le narrazioni da scambiarsi di sera intorno al fuoco, ogni guerriglia nel deserto è destinata alla sconfitta. E così torniamo al primo libro, al Decameron: è grazie alle storie che ci raccontiamo che si evita il contagio della peste.
E la vostra prima opera, che risale ancora a quando vi chiamavate Luther Blisset, cosa ci sta a fare in mezzo a quei classici?
Beh, Q è l’unico libro del «Book Bloc» i cui autori sono ancora viventi. Mica potevano prendere solo dei morti! Diciamo che Q rappresenta il «qui e ora», la necessità di muoversi adesso.
Storicamente siete stati sempre vicini ai movimenti nati in questi ultimi vent’anni. E per molti, Q è il manifesto intellettuale delle battaglie contro la globalizzazione neoliberista sfociate nelle giornate del luglio 2001 a Genova. Le proteste di oggi sono le “solite manifestazioni” di studenti o sono l’espressione di una storia più profonda?
No, non c’è nulla di «solito», la situazione è inusuale, come fu inusuale la fase del 1992-93. Abbiamo la forte impressione che stiano venendo al pettine i nodi di allora. Questo periodo richiama quello, c’è un arco di energia a collegare le due temperie. Ci sono anche personaggi che fanno da ponte, come Massimo Ciancimino, testimone oggi degli inconfessabili accordi di ieri. Siamo in una di quelle situazioni in cui può avvenire l’inimmaginabile. E’ stata soprattutto la crisi a far abbassare la marea di Valium e a scoprire un po’ di relitti mentre sempre più gente si svegliava dalla narcosi. Questi conflitti che attraversano il Paese, queste lotte che scoppiano dappertutto, si svolgono in un contesto peculiare, sono reagenti versati in un paiolo di teste di pipistrello, occhi di rospo e radici di mandragola. Quel paiolo potrebbe scoppiare, o quantomeno creparsi.
Sono ancora le Università e gli studenti soggetti attivi di pensiero critico e di sfida su un piano politico? La cultura, ora più che mai, è rivoluzionaria?
Di certo non è rivoluzionaria l’ignoranza. Uno che andrebbe riletto oggi è don Lorenzo Milani. Ma riletto davvero, e rimesso in gioco, come ha fatto Girolamo De Michele nel suo libro La scuola è di tutti. Sì, la cultura è rivoluzionaria. Ma «cultura» non vuol dire erudizione o nozionismo. «Cultura», sempre per citare don Milani, è saper leggere il contratto dei metalmeccanici.
Q uscì nel 1999. Allora Berlusconi era all’opposizione e aveva governato appena un anno. Adesso secondo molti l’Italia è completamente “berlusconizzata”: l’immagine ha prevalso sulla sostanza, la propaganda sulle idee. E’ davvero così?
Finché non ci si metterà in testa che Berlusconi ha spadroneggiato non per meriti suoi ma per demeriti altrui, non si capirà cos’è successo in questo paese. L’onnipotentizzazione di Berlusconi, la narrazione sconfittista che ha dominato a sinistra, era l’altra faccia della contemplazione ammirata. Era un paradossale «Meno male che Silvio c’è». Sì, meno male che Silvio c’è, così possiamo dare a lui tutta la colpa della nostra incapacità, della nostra insipienza!
Insomma, se B. governa è colpa di questa sinistra che lo ha lasciato fare.
E’ stata la sinistra istituzionale di questo paese, tutta la sinistra istituzionale ai suoi vertici, a tenere Berlusconi dov’è. E anche chi fingeva di opporglisi con un po’ più vigore, in realtà introiettava modelli berlusconiani e li riproponeva in salsa post-modern/radical-kitsch a cazzo di cane. Grida ancora vendetta la campagna di Sansonetti (allora direttore di Liberazione) per la vittoria di Luxuria in un reality merdoso e neo-colonialista. Grida ancora vendetta l’aver chiamato Leo Gullotta, esponente del Bagaglino, a leggere lettere di partigiani al congresso di Rifondazione comunista, pochi giorni dopo la messa in onda di una fiction fascistoide sulle foibe di cui «la signora Leonida» era protagonista.
Nel 2001, “Un altro mondo è possibile” era lo slogan delle mobilitazioni contro il G 8 di Genova. Alla luce di quanto è successo, un “altro mondo” è ancora possibile?
Era più bello l’altro slogan, quello più specifico e contingente: «Voi G8, noi 6 miliardi». Oggi c’è il G20, ma il discorso non cambia. L’altro mondo c’è già, perché c’è un solo mondo, siamo tutti un mondo, e in quel mondo «noi» siamo maggioranza. Dobbiamo solo rendercene conto.
27 agosto 2010
La protesta antiMondadori

In questi giorni si sono fatte liste d'autori di sinistra che pubblicano grazie a queste due prestigiose case editrici, ricche di storia, e passate solo negl'ultimi decenni al grande capo Silvio Berlusconi, quindi, bisogna chiarire, che queste aziende non sono una sua creazione come Mediaset o Publitalia.
Il primo a fare un passo indietro fu Giorgio Bocca che stampò il suo ultimo libro Mondadori, “ Il Dio denaro”, nel 2001 per poi iniziare la sua collaborazione con Feltrinelli; l'origine dei dubbi degl'intellettuali cominciò così.
Quest'anno, il premier Silvio Berlusconi, accusò gli autori antimafia di far cattiva pubblicità all'Italia e, in special modo, puntò il dito contro Roberto Saviano, autore di Gomorra, libro pluripremiato e tradotto in svariate lingue.
La protesta montò e divenne sempre piu' populista con la caccia all'autore con il cuore a sinistra e portafoglio a destra.
La questione, che sfugge ai piu', è che ogni scrittore ha il desiderio di veder pubblicato il proprio libro con la maggior tiratura possibile e, per molti autori, la Mondadori o la Einaudi, sono le uniche possibilita'.
Certo, gli autori citati in questi giorni di polemica probabilmente avrebbero spazio anche in altre case editrici essendo gia' annoverati nel pantheon delle grandi firme, ma non con la stessa esposizione e pubblicità in quanto bisogna riconoscere a queste 2 aziende una leadership nel settore del libro.
Essere pubblicati da Mondadori ed Einaudi non significa essere sul libro paga di Berlusconi, gli autori guadagnano sulle vendite del libro con le royalties quindi, se il prodotto finale non è di gradimento al pubblico, sia l'autore che la casa editrice non hanno ricavi.
Ci sono casi “anomali", come il collettivo Wu Ming, che riescono a ottenere le giuste condizioni dalla Einaudi, editore delle loro opere, come la stampa solo su carta ecosostenibile e la riproduzione telematica gratuita, non sono sottigliezze di poco conto.
Luca Casarini, noto militante della sinistra antagonista, è riuscito a far stampare il suo primo libro noir, dopo il niet della Feltrinelli, con la collana Strade Blu edita Mondadori, quindi ha avuto l'opportunita' di far conoscere la sua opera al pubblico che altrimenti sarebbe rimasto privato di un libro.
Il cittadino può benissimo boicottare un'azienda, però il libro è cultura e trovare lo stesso libro stampato da un'altra casa editrice è impossibile, quindi che fare ?
Privarsi di un libro, un pezzo di cultura, come se fosse un prodotto bancario o un format televisivo, è irragionevole.
Il dissenso si può e si deve esprimere in altre forme, meno masochiste, non lasciando il campo libero agli autori di destra che avrebbero comunque carta bianca nello scrivere e proporre le loro opere.
Il collettivo Wu Ming ha spiegato, in più riprese, come la pensano sulla questione, sostenendo che la loro posizione non è cosi' comoda come potrebbe sembrare, in quanto si prestano alle critiche del fuoco amico solo per aver scelto di dare sfogo alle proprie opere con Einaudi e, sottolineando, che loro vogliono “Resistere un giorno in piu' del padrone” finché ci sarà la possibilità di lavorare con la suddetta azienda oppure, nel peggiore dei casi ,essere cacciati per le proprie idee se non sarà possibile portarle avanti; meglio essere dentro al mondo, cosi' ristretto e barricato, dell'editoria per potersi poi schierare contro a un'ideologia, ora maggioritaria, di questo Paese, che essere ininfluenti nel dibattito.
07 giugno 2010
I quattro atti della farsa anti-Saviano | Giap, la stanza dei bottoni di Wu Ming
C’è chi in questi anni, ben prima che pullulassero presunti ribelli e nuovi eroi dell’antisavianismo militante, ha criticato con durezza il culto del Saviano-simbolo e la facile voglia di icone, senza però trascinare in una demolizione da (finti) bastiancontrari la persona e, soprattutto, il libro e il lavoro compiuto. La “critica”, come vuole anche l’etimo, deve sempre “tagliare”, separare, discernere, distinguere.
In rete e dalle pagine de “L’Unità”, noi abbiamo analizzato un dispositivo mediale/autoriale che “blocca” Saviano, lo feticizza e ne riproduce serialmente l’immagine, banalizzandola e inflazionandola. Esito per molti versi inevitabile: Saviano deve apparire di continuo per tutelarsi, l’ombra e l’oblio sono per lui un pericolo. Tuttavia, l’inevitabilità non deve impedire di cogliere limiti, aporie, contraddizioni.
Nel fare questo, non ci siamo mai sognati di attaccare Saviano come persona chiamandolo “burattino”, “eroe di carta”, “narcisista”, “manovrato”, “furbetto”; non abbiamo mai detto che Gomorra (libro importantissimo) è una truffa, una merda, un diversivo o una favoletta; non abbiamo sollevato questioni di lana caprina su grammatica e sintassi; non abbiamo mai scherzato sulla pelle degli altri, lanciando frecciatine sulla scorta di Saviano o sull’effettivo pericolo che corre; non abbiamo mai fatto illazioni odiose su Saviano che “fa il gioco” di questo e di quello, è “funzionale” a questo o quel potere, è “manovrato” da questo o quel padrone etc.
Tutte cose che, con diverse gradazioni, troviamo invece nelle sparate “accademiche” e musicali degli ultimi giorni.
Purtroppo in Italia una medaglietta da “intellettuale controcorrente” non si nega a nessuno. E’ facilissimo e costa davvero poco mostrare un “conformismo dell’anticonformismo”. A sinistra, è una recita replicata fino al vomito e si svolge in quattro atti, senza finale:
Atto I, buttarla in vacca con prese di posizione presuntamente “shock”, fintamente anticonformiste e in realtà subalterne alla banalità imperante (“Questo Saviano ha rotto il cazzo”).
Atto II, seguono prese di posizione giustamente dure.
Atto III, il vittimismo eroico: “vogliono tapparmi la bocca”, “non c’è vero diritto di critica”, “bisogna avere il coraggio di prese di posizione scomode” etc.
Atto IV, giunge il plauso della destra e dei suoi giornali, che lodano chi si mostra “anticonformista” nel campo avverso.
Passa un po’ di tempo, e si ricomincia dall’Atto I.
Va aggiunto che oggi, in Italia, il discorso rozzo passa per discorso verace, la reazione “de panza” per chiarezza mentale, il vaffanculo per rivoluzione.
Qualche tempo fa, a un appuntamento letterar-mondano della capitale, un piccolo editore de super-sinistra è stato visto sfregarsi le mani soddisfatto e, con grande allegria, dire in giro: “Vedrete, vedrete cosa abbiamo pronto… Adesso gliela facciamo vedere noi, a Saviano!”
In Emilia diciamo: “Piò che cumpagn, ien cumpagn a ch’ietar” [Più che compagni, sono uguali agli altri].
(Articolo apparso su “L’Unità” del 6/06/2010, purtroppo con la prima frase deturpata da un errore di impaginazione. Questa è la versione corretta.)